Le gesta di Giuseppe Garibaldi

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Iniziò a navigare giovanissimo; nel 1833, in una locanda di Taganrog , sul Mar Nero, seppe dell’azione politica di Mazzini. A Marsiglia si incontrarono e Garibaldi fu incaricato di entrare nella marina da guerra piemontese per far proseliti tra i marinai e impadronirsi di una nave nel momento in cui iniziava la rivolta in Savoia (1834). Il tentativo fallì e fu condannato a morte in contumacia, si rifugiò in Brasile dal 1835 al 1848.

Nell’aprile 1848 partì per l’Italia perchè era venuto a sapere della rivoluzione di Palermo, ma Carlo Alberto di Savoia fu molto freddo verso le sue offerte. Fu nominato generale del governo milanese, con un gruppo di volontari si battè a Luino, conquistò Varese, resistè a Morazone; fu costretto a sconfinare in Svizzera perchè era esausto e gli uomini erano poche centinaia.

Dal 3 giugno al 1 luglio 1849 ebbe luogo la battaglia di San Pancrazio e la difesa di Roma; in questa occasione vennero alla luce le sue particolari doti militari. Caduta la Repubblica si rifugiò con pochi soldati a San Marino. Dopo la morte della moglie Anita si rifugiò negli Stati Uniti (1850) lavorando come operaio in una fabbrica di candele. Tornò a Genova nel 1854 ma, strettamente sorvegliato dalla polizia, per ordine di Cavour, preferì trasferirsi a Caprera.
Nel 1857 aderì alla Società Nazionale che univa i patrioti italiani sotto l’egida di casa Savoia. Ai primi del 1859 un incontro con Cavour e il re organizzò un gruppo di volontari che giunsero da ogni parte d'Italia. Dopo la pace di Villafranca (1859) i rapporti con il governo si raffreddarono, soprattutto per la cessione di Nizza, che lo rendeva “straniero in patria”. Accettò il comando dell’esercito Toscano, offertogli da Ricasoli, passò nell’Italia centrale per invadere lo Stato Pontificio e prendere il comando della rivolta. Vittorio Emanuele lo convinse a lasciare l’impresa, così Garibaldi tornò a Nizza. Lanciò un proclama che attaccava la politica piemontese e chiedeva agli italiani la sottoscrizione di un milione di fucili per la nazione armata, rivendicando al re la sua libertà di azione.

Venuto a conoscenza dei moti palermitani (aprile 1860) il 5 maggio salpò da Quarto con alcuni volontari. Le sue tappe furono Marsala, Calatafimi, Palermo, Milazzo, Messina, Reggio. In settembre conquistò Napoli, la battaglia di Volturno in ottobre, l’incontro con il re a Teano conclusero la folgorante campagna.

Dopo qualche tempo i rapporti con il re migliorarono, ma non quelli con Cavour. Nel 1866, con la celebre frase “Obbedisco”, arrestò la marcia vittoriosa dei suoi volontari. Riprese quindi la sua impresa di liberare Roma; fu fermato a Sinalunga (settembre 1867), tornò a Caprera ed eludendo la sorveglianza sbarcò a Livorno in ottobre e giunto a Monterotondo si incammino verso Roma. A Mentana fu costretto alla ritirata, fu arrestato a Figline e tornò di nuovo a Caprera dove rimase fino al 1870 quando riprese le armi in difesa della terza repubblica francese, riportando la bella vittoria a Digione (gennaio 1871). Infine si ritirò definitivamente a Caprera dove si dedicò a opere e fini vari fino alla fine dei suoi giorni.

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